Tra Psyco e Spielberg: il dietro le quinte de “Il giro dell’horror in 80 brividi” di Lucio Schina

Salve a tutti

Oggi vorrei parlarvi della genesi de Il giro dell’horror in 80 brividi, la mia ultima fatica letteraria edita dalla Segreti in giallo.

Sarei banale se scrivessi che il racconto è nato da sé; al contrario, la lampadina mi si è accesa la sera in cui ero immerso nella visione di quel capolavoro cinematografico che prende il titolo de La vendetta dei pomodori assassini.

Se perciò vorrete prendervela con qualcuno, sappiate che la responsabilità non è stata la mia.

Una volta messomi comodo davanti il notebook, armato di bricco di caffè e biscotti al cioccolato, sono partito dall’uso dei cliché, quegli espedienti sempre uguali a se stessi che registi e mestieranti vari che sguazzano nell’horror sono soliti usare per infarcire i loro lavori. Chiunque apprezzi il genere non può che accettare l’esistenza di una sequela infinita di pellicole che si basano essenzialmente su gruppi di ragazzi che partono in camper o in SUV lunghi 12 metri, che sono suddivisi sempre per modelli fissi, il ragazzo di colore, la scema bionda, l’intelligentona (termine che Word mi sottolinea in rosso quando la Treccani me lo garantisce essere esistente) timida con gli occhiali, il palestrato tutto ormoni, lo sballato di gangia e, ultimo, il tizio equilibrato con compiti di raccordo.

Dopo un inizio festoso in cui si ride e si gode in maniera spensierata della giovinezza, ecco che iniziano i guai, di solito immediatamente successivi all’abbandono della città in cui vivono, vero e proprio simbolo e modello rassicurante. Da quel momento si incontreranno stazioni di servizio fatiscenti e polverose lungo strade che si aprono in mezzo a deserti o boschi, personaggi dalla barba ispida e vestiti con salopette di jeans e camice a scacchi che sembrano usciti dagli anni ’50, condizioni meteo che muteranno facendo piombare i malcapitati in mezzo a tempeste di pioggia o neve, batteria del motore che smetterà di funzionare, smartphone che moriranno manco fossero al centro della foresta amazzonica e, non manca mai, totale perdita di coordinazione motoria da parte delle ragazze che, a ogni fuga, si ritroveranno a inciampare come avessero le ginocchia invertite, cui seguirà qualche metro percorso nel fango in stile marines sotto il filo spinato, fino all’inevitabile epilogo segnato dallo sgorgare del sangue a seguito di sgozzamento da parte dell’assassino sociopatico o/e creatura demoniaca.

Stilata una lista dei cliché più gettonati, ho passato al setaccio alcuni grandi classici per iniziare a creare una struttura lineare; alla fine ho idealmente diviso il racconto in tre parti, nel quale rendo omaggio al cinema di Rob Zombie, che ringrazio per avermi, ehm, “concesso” in prestito il personaggio di Capitan Spaulding, tanto affascinante quanto psicopatico, a quello di Alfred Hitchcock in Psyco, fondamentale per costruire il paragrafo in cui i protagonisti sono costretti a pernottare in un motel sinistro posto in cima a una collinetta sperduta nel nulla (ogni riferimento al mitico Bates non è puramente casuale…) e, infine, al genio registico di Stephen Spielberg, cui devo una birra per avermi aiutato a realizzare il paragrafo conclusivo, quella della fuga e dell’inseguimento da parte di un autocarro scalcinato disegnato, in scala, sul modello dell’autocisterna infernale che ruggisce nel film The Duel.

La commistione tra passione viscerale per l’horror, uso dei cliché e riferimenti a gogò, mi ha permesso di portare a casa una storia ironica, adrenalinica, in grado di far passare il lettore dalla risata al brivido alla schiena nel volgere di poche righe e in grado, soprattutto, di far trascorrere qualche ora di buona lettura. I protagonisti sono, infatti, anch’essi veri e propri malati di film horror e si troveranno a dover gestire situazioni tipiche avendo, come armi, la conoscenza anticipata di ogni azione del cattivone di turno, sia esso un serial killer mascherato e armato di machete, siano essi una coppia di simpatici svitati a bordo di un autocarro, che si gettano a capofitto al loro inseguimento per il gusto di farli a pezzi e conservarne i resti in comodi recipienti sottovuoto.

A prima vista si potrebbe pensare a una sorta di Piccoli brividi; posso rassicurare di non essere arrogante al punto da volermi sostituire al grande Robert Stine; il racconto ha una sua vena ironica e certamente può essere letto da un adolescente, anche se rimango convinto che sia fruibile per tutte le fasce di età, dai 12 all’infinito, e oltre.

Il titolo stesso, Il giro dell’horror in 80 brividi, è una rivisitazione in chiave ironica di un grande classico di Jules Verne, ed è sintesi di ciò che avevo in mente quando ne ho iniziato la stesura.

Per concludere…

se vi piace il genere horror, declinato in ogni sua sfumatura, se vi piace l’ironia mescolata con un sano brivido di terrore, se vi piacciono le citazioni cinematografiche, allora non posso che consigliarvi la lettura del romanzo; nel caso preferiste altri generi, non posso che raccomandarvelo comunque, dato che ritengo ogni buon romanzo, non importa a quale genere appartenga, un’opportunità che un lettore avido non può farsi sfuggire. E se mi chiedete un giudizio su Il giro dell’horror in 80 brividi, vi rispondo che, sì, è decisamente un buon romanzo. O no?

Buona lettura

Lucio Schina

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