Un orrore costante

Il Femminismo è un movimento nato per poter raggiungere la parità dei diritti e dei doveri tra uomo e donna. Negli ultimi anni, però, sono in molti a equiparare in maniera erronea tale movimento al maschilismo, che invece vorrebbe la sottomissione del genere femminile a quello maschile. Sembra assai semplice comprendere come tale cambio di rotta sia voluto da tutti coloro che hanno ogni interesse a mantenere inalterato lo status quo. Senza andare in terre troppo lontane dove le donne e le bambine vengono trattate al pari di un oggetto, possiamo benissimo restare nel nostro Paese, uno dei più industrializzati al mondo e considerato tra i più “civili”, per vedere quanto ancora sia lontana l’effettiva parità di genere.

Evitando di toccare argomenti assai forti come il terrorismo degli incel e il loro sentirsi continuamente sopraffatti dalla libertà femminile, possiamo ben vedere la disparità nei piccoli atti quotidiani: dal non voler declinare al femminile titoli importanti e prestigiosi posti di lavoro (che fino a non molto tempo fa erano negati alle donne), oppure al considerare il genere femminile relegato alla cura della casa, della famiglia e della sua impossibilità di uscire al di fuori di questa concezione. La cultura dello stupro, il continuo sminuire il lavoro femminile, lo svilimento di tutto ciò che rappresenta la donna in quanto tale davanti al forte, rude e utile insito nel soggetto maschile, sono tutte presenze costanti nella cultura patriarcale italiana che finge di non vedere la propria limitatezza culturale.

Il femminicidio è un modo per sottomettere le donne che vogliono ribellarsi al volere maschile. La maggior parte delle donne non vengono infatti uccise per rapina, regolamento di conti o faide come capita per gli uomini, ma viene eliminata perché ha osato ribellarsi all’uomo di casa. Esso è uno strumento di potere contro coloro che vogliono la libertà che gli spetta di diritto in quanto esseri umani. Il dominio delle donne non passa solo attraverso la violenza del singolo uomo, ma tramite quella di un’intera comunità. Spesso familiari, vicini e amici sanno perfettamente cosa accade a una vittima della violenza domestica, ma incitano quest’ultima a stare in silenzio per non dovere fare i conti con la presa di coscienza della propria omertà. Spesso le donne non vengono ascoltate perché considerate fastidiose. La pace interiore non deve essere turbata dal dolore altrui. E, purtroppo, sovente molte donne sono nemiche del proprio sesso a causa del maschilismo interiorizzato che le condiziona.

Il mio romanzo Un nobile orrore è un manifesto al Femminismo. Ambientato tra il 1870 e il 1871, mostra al lettore di come, nonostante l’avanzamento tecnologico e scientifico proprio di quel periodo, vi siano molte remore innanzi al cambiamento politico, sociale e culturale ormai alle porte. Al suo interno, per esempio, viene citata l’opera di Mary Wollstonecraft, una femminista ante litteram. Ella non ha problemi ad andare contro uomini ben apprezzati all’interno del mondo intellettuale che vedevano la donna come naturalmente inferiore all’uomo. La filosofa afferma, a ragione, che tale differenze esistano solo in quanto l’educazione impartita ai due sessi è completamente diversa e che una buona istruzione possa garantire il completo sviluppo delle capacità intellettive nelle donne.

A fine Ottocento, quindi, la condizione femminile versava in condizioni pietose. Se è vero che le donne di umile lignaggio fossero costrette a lavori estenuanti, alle donne della borghesia non andava meglio. La loro istruzione perseguiva un unico scopo: rendere le giovani delle mogli ubbidienti. Ed è proprio ciò che accade a Beatrice Ruffolo, protagonista del mio romanzo, che è costretta ad alimentare la propria fame di conoscenza attraverso letture clandestine ben lontane dagli occhi della sua famiglia che vorrebbe darla in moglie al miglior offerente.

Come sfondo alla vicenda personale della mia protagonista vi è la storia di un serial killer che semina il panico nella città. Esso è ispirato alle figure di tre serial killer realmente esistiti: Jack Lo Squartatore, Antonio Boggia e Vincenzo Verzeni. In particolar modo vorrei soffermarmi su uno di loro. Tra l’estate e l’autunno del 1888, nel degradato quartiere di Whitechapel della città di Londra, operò un serial killer rimasto nell’anonimato per secoli: Jack Lo Squartatore. Il nome datogli non è usuale: esso deriva da una lettera inviata da un uomo che asseriva di essere l’assassino e indirizzata alla Central News Agency.

Le vittime di questo brutale omicida furono cinque, almeno quelle accertate, ma se ne ipotizzano altre, tutte prostitute. Il modus operandi era tra i più brutali. Le povere donne, totalmente incapaci di difendersi, venivano sgozzate e, successivamente, il serial killer infieriva sui corpi delle stesse mutilandoli o asportando gli organi interni. Ne è un esempio la povera Annie Chapman, a cui era stata recisa talmente tanto la gola che la testa era quasi staccata dal collo, mentre dal ventre era stato asportato l’intestino per essere poggiato sulla spalla delle vittima, con l’utero e la vescica che, invece, erano stati direttamente asportati.

Di tutto questo e molto altro potrete leggere nel mio romanzo. Spero possa essere spunto di riflessioni e pareri.

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