Intervista a Irene Lorelai Visentin, l’autrice de I Tredici

Cari lettori, oggi abbiamo intervistato per voi la nostra Irene Lorelai Visentin, l’autrice de I Tredici. Nelle prossime righe, percepirete parte della sua anima, svelata con coinvolgente emotività e spontaneo entusiasmo. C’è un calore espressivo nel rispondere che svela il profondo amore per la scrittura. E questo “miracolo” non accade spesso nelle interviste.

In genere chi scrive ha sempre un autore o più autori di riferimento a cui ispirarsi. Tu ce l’hai? E se sì, chi è?
<<Certo e sono due uomini! Il primo in assoluto è stato Roald Dahl. Da bambina, quando ho incontrato la sua scrittura, è stato amore totale, non avrei letto altro! Dahl è caustico, punitivo, spassosissimo. Sicuramente, nel raccontare il suo universo dei bambini, non prevede modalità politically correct. Le sue fiabe sono violente e spiazzanti, di una sagacia meravigliosa. Ti insegna, sin da piccolo, che non tutto può sempre finire bene. Il secondo, mio vero padre, è Joe R. Lansdale. Lansdale è pura azione, divertimento e violenza inaudita, reale, che però racconta con spiazzante ironia. È il genere di violenza a cui mi vorrei avvicinare quando scrivo: un gioco, come quando da bimbi si uccidevano i nemici con spade ed armi immaginarie (e, diciamocelo, non erano mai uccisioni con fiorellini ed unicorni!). Nessun sadismo, solo divertimento! E Lansdale sa divertire magnificamente il lettore.>>

Come definiresti la tua scrittura?
<<Domanda difficile, richiede una buona dose di autocoscienza! Probabilmente, l’aggettivo che più racchiude la mia scrittura è caustico. Voglio sezionare la realtà (e l’irrealtà) chirurgicamente, svelare ogni angolo nascosto, e l’essere pungente e mordace me lo permette, niente fronzoli. Ci muoviamo quotidianamente in mille giochi di specchi e sovrastrutture, con la scrittura riesco a sbriciolarne i trucchi imbellettati e mostrarne le viscere (per mantenere lo stile!) al mondo, come a dire “Ecco, visto? È questo che c’è sotto!”. E il sotto c’è sempre, in ogni cosa.>>

Qual è il tuo obiettivo principale, se ne hai uno, quando scrivi. Raccontare, comunicare, sorprendere il lettore… Insomma perché scrivi?
<<Altra domanda difficilissima. Temo che la cosa più vera sia che scrivo perché ne ho bisogno. Quando non scrivevo, parlavo: raccontavo storie a me stessa. Mia nonna sapeva sempre in che parte della casa mi trovassi, perché mi sentiva borbottare come una caffettiera. La realtà mi sta stretta, perciò ne creo altre. Ho bisogno di descrivere la mia realtà. Ma, da Anita (mia prima nata de I Tredici) mi sono accorta che scrivevo anche perché qualcuno potesse trovare nelle mie righe una parte di sé. Trovare in un testo tracce di sé stessi è un’esperienza che ti porta alle lacrime. Quando mi riconoscevo nelle parole di Lansdale, Philip Pullman, Jeff VanderMeer, Nick Harkaway e molti altri, era come se una breccia si aprisse. Era un “non sei sola”. I libri fanno spesso questo: non ti fanno sentire sola. Spero di poterlo fare anch’io.>>

I Tredici è la tua prima pubblicazione. Come è nata l’idea?
<<Lo devo ad una serie di fortunati eventi. Avevo passato due anni a fare un lavoro totalizzante, scrivevo al massimo qualche riga quando le parole non riuscivano più a restare nella mia testa. Cambiato il lavoro e cambiata la città, ho avuto la fortuna di ritrovare un’amica persa da undici anni, una mente geniale, che mi ha fatto leggere parte del libro che stava scrivendo. Leggerla mi ha scoperchiato il cranio e mi ha fatto chiedere: “Ma io, sono ancora in grado di scrivere?”. Da questa domanda è nata Anita. E non sono più riuscita a fermarmi. Praticamente ogni settimana sfornavo un racconto. Io e questa mia amica, Giulia Massetto, ci sfidavamo con dei titoli congiunti. Da questi, per esempio, sono nati Tommasino e Marco. Di per sé, quindi I Tredici sono nati come esercizio di stile. Poi, come un esperimento scappato di mano al suo creatore, i miei tredici ragazzi hanno preso vita, come un unico organismo.

In questi tredici racconti c’è principalmente amore. Ma anche altri sentimenti ed emozioni, forti e contrastanti. La morte aleggia oscena e prepotente, insieme all’assurdo e al grottesco.
Parlarci un po’ de I Tredici.

<<I Tredici è uno scoppio di emozioni compresse. Una fuga con dinamite dalla realtà. Quando li ho scritti, ero arrabbiata. Furiosa. Eppure, profondamente innamorata e divertita! Innamorata e divertita da tutto il disastro che mi stava capitando attorno. Ogni racconto porta con sé una forma d’amore: sessuale, ideale, non corrisposta, di coppia, verso se stessi… Nell’amore, però, c’è sempre, inevitabilmente, una vena di sofferenza (si pensi anche solo allo struggimento fisico che si prova all’inizio di un innamoramento!) e una forma di morte (per esempio la fine della relazione). Ma la morte è una distruzione che porta alla rinascita. I Tredici, più di ogni altra cosa, credo parlino proprio di questo: rinascita. Ho voluto farlo prendendo la parte più dissacrante della realtà (e dell’irrealtà) perché, semplicemente, la chiave per viverla, questa benedetta realtà, è quella di afferrarla, azzannarla e, soprattutto, non prenderla mai troppo sul serio!>>

Naturalmente un autore, come una madre, ama tutte le sue creature, eppure c’è sempre un prediletto tra i suoi figli. Il tuo qual è tra i tredici racconti?
<<Senza ombra di dubbio il racconto di chiusura: Rebecca. È quello che più mi assomiglia, anche per le ambientazioni e lo stile di scrittura. È stato quello che ha avuto la gestazione più lunga, non avevo idea di dove sarei finita (anche se questo vale per tutto ciò che scrivo). Sono rimasta sconcertata come Rebecca stessa nello scoprire dove la storia ci ha portate. È, inoltre, il più personale. L’amore, il dolore e lo struggimento racchiusi al suo interno sono autentici, anche se, ovviamente, poetizzati.>>

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